Del cardinale Gerhard Müller, Roma

Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900) proclamò l’affermarsi del superuomo (der Übermensch). Dopo essersi lasciato alle spalle l’animale, l’uomo fa il salto al di là di sé stesso per diventare il “superuomo”. Il Dio che aveva venerato come suo creatore era solo un’illusione. Il superuomo è il suo stesso creatore ed è lui stesso il dio. Ciò che emerse dai suoi discepoli, tuttavia, non fu un superuomo simile a un dio, ma il mostro diabolico del XX secolo. Coloro che volevano ascendere a un paradiso auto-costruito attraverso una morale cristiana in frantumi ed enormi mucchi di cadaveri non potevano che finire per creare l’inferno in terra per i loro simili.

Se all’uomo non è più concesso di essere una creatura a immagine e somiglianza del Dio uno e trino, allora egli sprofonda nel vortice del nichilismo antropologico. Questa negazione assoluta del significato dell’essere deriva inevitabilmente dalla negazione dell’esistenza di Dio e della sua volontà universale di salvezza. Gli ideologi della “modernità senza Dio” e del programma di scristianizzazione della società, con tutta la loro presunzione della ragione ricadono nel cieco paganesimo. Concepiscono l’uomo, infatti, come una mera coincidenza degli elementi della natura che giocano tra loro, come un organismo più complesso dell’evoluzione, come un prodotto della società o come un’offerta dal catalogo delle merci e, quindi, nello stesso modo in cui gli antichi lo consideravano come un capriccio delle divinità mitiche.

In Thomas Hobbes c’è la guerra di tutti contro tutti, e nel darwinismo sociale la sopravvivenza del più adatto e il diritto del più forte; in David Hume l’anima non è più una sostanza ma solo un fascio di impressioni; in Karl Marx solo l’insieme delle sue condizioni sociali; in Freud un Io diviso tra il Super-Io e l’Es (Das Ich und das Es, 1923). Invece del Logos onnisciente e onnipresente, cioè divino, che nella sua Parola e nel suo Spirito testimonia e si comunica al popolo eletto come Creatore del mondo e Salvatore di tutti gli uomini, è la ragione dell’uomo finito incline all’errore ed egoismo, ad attribuirsi un senso e a porsi come obiettivo la sua volontà di potenza. L’uomo, allora, non è più, come all’inizio dell’era moderna con il suo dualismo antropologico tra mente e corpo, semplicemente il “padrone e proprietario della natura” (Cartesio), ma anche ideologicamente il creatore del suo io spirituale, che, in modo esistenzialista-emancipatorio, si fa strada dal nulla all’essere (auto-progettato ma solo apparente) (Sartre). L’io, nel suo stato di sé stabilito da Dio, si dissolve nel corso della vita in esperienze di sé che non possono più essere integrate e in autodeterminazioni emancipate, che galleggiano in superficie senza ragione né approdo come fiori d’acqua di tutti i colori senza mai mettere radici.

Allora, però, il mio corpo non è più il mio io nel suo potenziale materiale, ma è collegato a me solo accidentalmente, come un vestito che può essere cucito su misura e a cui si può dare un nuovo aspetto. Se ai tempi d’oro della borghesia sicura di sé si diceva che “ognuno è artefice della propria felicità”, nell’era del transumanesimo si è passati a “ognuno è artefice del proprio corpo”.

Il postumanesimo è identico al classico antiumanesimo delle ideologie atee, solo più abilmente mascherato e meglio venduto. Con esso l’“Occidente” scristianizzato sperimenta “l’eterno ritorno dell’uguale” (Nietzsche), cioè il suo nichilismo suicida. Se l’affermazione di Nietzsche “Dio è morto” riflette la coscienza del mondo odierno, allora è chiaro che sotto gli auspici di questo nichilismo, “il suo sviluppo non può che portare a catastrofi mondiali”. (M. Heidegger, La parola di Nietzsche “Dio è morto”: ibid., Holzwege, Francoforte sul Meno 1972, 201

Il transumanesimo è il quarto ambito nella carrellata dei nichilismi imperanti e del loro abisso divorante. Il nichilismo antropologico ha come padre la superbia della creatura che vuole essere come Dio e vuole stabilire da sé la differenza tra bene e male, vero e falso, e come madre surrogata la follia che scambia la «gloria del Dio incorruttibile» con le sue immagini ideologiche (cfr Rm 1,20-32). Ma chi confonde la verità di Dio con la menzogna e adora l’opera delle proprie mani e dei propri pensieri invece del Creatore, disonora sé stesso nel suo spirito e nel suo corpo e, riducendosi a oggetto di piacere, diventa un castigo per sé stesso e spiritualmente e fisicamente sterile nella propria esistenza, perché non vuole capire che Dio ha creato l’uomo per la donna e la donna per l’uomo (1 Cor 11,11s).

Il nichilismo antropologico, sia nella sua forma politica sia nel pathos ideologico-emancipatorio della cultura woke, è significativamente ostile alla vita e alla corporietà. Ciò si manifesta nella richiesta di uccidere/abortire i bambini nel grembo materno come diritto umano e

di uccidere per pietà (eutanasia) coloro che sono ormai ritenuti deboli o non più utili. Ciò è particolarmente evidente nella relativizzazione del matrimonio tra uomo e donna come una delle numerose varianti del godimento orgiastico della soddisfazione sessuale. Così facendo, si nega il riferimento alla fecondità con cui il Creatore ha benedetto l’uomo e la donna, affinché trasmettano, proteggano e promuovano la vita da Lui creata, e affinché il matrimonio si inserisca nella comunità familiare e, nel succedersi delle generazioni, si realizzi la volontà universale di salvezza di Dio.

Oltre al fatto biologicamente provato che un vero cambio di sesso non è possibile, la finzione di una libera scelta di genere nasce dalla negazione della volontà di Dio riguardo alla nostra personalità, che è sempre data a ogni individuo come dono e compito in una natura fisica (corporea) di espressione maschile o femminile. L’uomo non è intrappolato nel suo corpo come in una camicia di forza. Piuttosto, il corpo umano è il fondamento della possibilità per l’autorealizzazione concreta e storica di una persona creata, specialmente nella forma più alta di amicizia, che è raggiungibile solo nell’unione coniugale di un uomo con la propria moglie (cfr Tommaso d’Aquino, Summa contra gentiles III, cap. 123).

Perché Uno e il Medesimo è il Creatore e il Redentore, Colui che ci ha creati «a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina» (Gen 1,27), ci «ha anche predestinati fin dall’eternità (rispetto alla nostra esistenza storica nel tempo e al suo fondamento nell’essere di Dio) all’immagine

del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli», (Rm 8:29).

In senso cristiano, creazione significa la costatazione che tutto ciò che esiste è venuto all’esistenza per mezzo del Logos, la Parola con cui Dio si esprime e in cui la sua infinita ragione si rivela nel significato di tutto l’essere. Le scienze naturali limitano le loro possibili intuizioni alle strutture e alle funzioni del mondo materiale, ma non possono negare o oscurare la consapevolezza che il mondo giunge a sé nella ragione dell’uomo e necessariamente si trascende nella percezione della realtà invisibile di Dio nella sua eterna potenza e divinità (cfr Rm 1,20). Le conoscenze che scaturiscono dal progresso delle antropologie empiriche e trascendentali non potranno mai mettere in discussione la verità dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio e l’unità della sua persona in corpo e anima, ma potranno solo gettare un po’ più di luce sul mistero dell’uomo in tutta la sua profondità. In definitiva,

«solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (Gaudium et spes 22). Pertanto, il primo principio dell’antropologia cristiana, che dissipa ogni tendenza nichilista e la presuntuosa auto-creazione come il sole che sorge dissipa le ombre della notte e la nebbia del mattino, è la verità naturale e rivelata:

«l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé» (Gaudium et spes 24), cioè nell’amore di Dio sopra ogni cosa e nell’amore del prossimo oltre che di sé stesso.

La ragione di Dio nella creazione e nella storia della salvezza è insuperabile. Non sopprime la ragione finita delle creature, ma la illumina come una luce inestinguibile. In Gesù Cristo «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Giovanni 1:9). Egli è il Verbo fatto carne, il Logos di Dio suo Padre. Egli ci rivela l’idea che Dio ha di noi, espressa nella nostra natura fisica e sociale, quando chiede ai sofisti speculativi di tutti i tempi: «Non avete letto che da principio li creò maschio e femmina?», svelando così il mistero del matrimonio: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola», (Matteo 19:4). Non c’è risposta più chiara alla menzogna della scelta del genere a piacimento, o alla teoria dell’omosessualità come variante della creazione, o alla blasfema truffa della benedizione divina per la farsa del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Tutto ciò è in netto contrasto con la comprensione della rivelazione e della Chiesa del Concilio Vaticano II, che essi sostengono di voler sviluppare ulteriormente in uno strano impeto di arroganza e ignoranza. Nessuno può modernizzare gli insegnamenti di Cristo, «perché egli stesso (nella sua incarnazione) ha portato con sé ogni novità/modernità, per rinnovare e ravvivare l’uomo». Né il Magistero né la Chiesa nel suo insieme possono insegnare qualcosa che vada oltre la Parola di Dio, la migliori o cerchi di reinterpretarla (cfr. Dei verbum 10).

Il Papa e i vescovi, nonostante la loro autorità di preservare e interpretare fedelmente la fede, «non ricevono alcuna nuova rivelazione pubblica come appartenente al deposito divino della fede» (Lumen

gentium 25). I testi del Sinodo di Francoforte interpretano il sensus fidei dell’intero popolo di Dio in modo del tutto fuorviante se lo intendono come un filtro attraverso il quale una maggioranza permette alle eresie precedentemente rifiutate di filtrare come nuove illuminazioni dello Spirito Santo e di venderle all’ignaro pubblico come democrazia nella Chiesa. Si tratta piuttosto del senso soprannaturale dell’intero Popolo di Dio (e non certo dei laici in contrapposizione ai vescovi), in cui l’infallibilità della Chiesa si esprime nella conoscenza e nella conservazione della rivelazione di Dio data una volta per tutte in Cristo.

«…per quel senso della fede, che è suscitato e sorretto dallo Spirito di verità, e sotto la guida del sacro magistero, il quale permette, se gli si obbedisce fedelmente, di ricevere non più una parola umana, ma veramente la parola di Dio (cfr. 1 Ts 2,13), il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte (cfr. Gdc 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita», (Lumen gentium 12).

Il senso soprannaturale della fede è dunque tutt’altro che una traiettoria di fuga per l’auto-secolarizzazione della Chiesa o per la sua mutazione mondana in un partito in cui le sue ali, lottano per la sovranità interpretativa con la volontà di potenza, o in breve, «ponendo la sapienza del mondo al di sopra della sapienza di Dio» (cfr 1 Cor 1,20).

Il vero problema, la cui espressione è il nichilismo antropologico con il suo potenziale distruttivo, è che perfino alcuni cattolici non credono più nel fatto dell’autorivelazione storica ed escatologica di Dio in Gesù Cristo. La creazione, l’Antica e la Nuova Alleanza, l’Incarnazione, la

morte di Gesù sulla croce come suo sacrificio per la riconciliazione dell’umanità con Dio, la sua e in ultima analisi la nostra risurrezione corporea sono da loro considerati solo come simboli reinterpretabili o intercambiabili di qualità mitica. Se il cristianesimo fosse semplicemente un insieme di opinioni disparate sul divino inconoscibile, diffuse nella nostra interpretazione teorica del mondo e nella nostra gestione pratica della contingenza, allora non varrebbe davvero la pena lottare e soffrire per la verità di Cristo. “Se infatti i morti non risuscitano, mangiamo e beviamo (come fanno i pagani), perché domani moriremo”, (1 Cor 15:32). La fede nel Dio reale e vero, che ha rivelato al suo Figlio Gesù Cristo la via, la verità e la vita (Giovanni 14:6), dissipa il nichilismo come il sole che sorge dissipa la nebbia dalla nostra mente.

Il nichilismo, «il sentimento della nuova era» secondo cui «Dio stesso è morto» (G. Hegel, Fede e conoscenza, Ph B 62b, 123), non porterà che alla convinzione che di conseguenza non c’è più nulla a che fare con gli uomini e che tutto ciò che piace è lecito. Ma se crediamo nella ragione infinita di Dio e nella Sua rivelazione manifestatasi anche nella Sua creazione, il nihilismo è superato dall’orizzonte salvifico ed escatologico e sono vere le parole del Libro della Sapienza: «Dio infatti ha creato tutto per l’esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la giustizia è immortale, (Sap 1,13s) e in seguito: «Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura», (Sap 2, 23s.)